Pippo Baudo è un professionista. Un luogo comune talmente consolidato da essere il ritornello di una canzone (sui luoghi comuni) di Latte e i Suoi Derivati. Ma fortunatamente anche i luoghi comuni crollano. Pippo Baudo ERA un professionista. Ora è solo il monumento, per non dire residuo, di un varietà televisivo che – se è il cielo vuole – è cambiato e non esiste più. E che trova la sua geriatria valvola di sfogo in questi 5 giorni all’anno in cui il varietà si ammanta di fiori, scene, donne, canzoni, finte polemiche. Sanremo, in pratica.
E già l’avvio promette male: dopo che l’orchestra ha approntato un triste e banale medley di vecchi successi sanremesi, Gianni Moranti intona una triste e quasi offensiva versione di Volare, per festeggiare il 50° anniversario della vittoria di quella canzone (l’anno prossimo festeggeremo il trentennale della vittoria di Mino Vergnaghi?). doveroso, forse, ma stantio. E il resto conferma, da Chiambretti che porta sul palco dodici maschere di Baudo per celebrare il tredicesimo festival condotto da Super Pippo, allo stesso che esce da terra. Come dagli inferi. Spettatore avvisato. E annoiato.
Meneguzzi apre la rassegna con una canzone insopportabile e inascoltabile, come da copione, che non tenta nemmeno di stare in scia Ferro. E in scia soubrette non ci sta nemmeno Andrea Osvart, la bionda tra le co-conduttrici (che quest’anno si presentano separate), che entra in scena abbozzando imbarazzanti balletti e canti.
L’ idea di spettacolo è ovviamente ferma, come detto, a un sottoprodotto di Studio 1, meno male che L’aura fa sentire un po’ di musica e spettacolo con una buona atmosfera, voce particolare e un testo migliore della media. Sotto la media è la regia di Gino Landi, decisamente in fase senile. I Milagro sono tristi e fastidiosamente convenzionali, ma molto peggio (ma lo aspettavamo al varco) fa Toto Cutugno: ma qualcuno lo ha avvertito che siamo nel 2008 e non nel ’79? Inqualificabile.
Toni e ritmi diversi per Frankie Hi-nrg, che giocando tra trasgressione e conservazione di ritorno, almeno coinvolge il pubblico. Prova a respingerlo, invece, Andrea Bonomo: la sua canzone è brutta. Ma quando capiamo che si riferisce alla mamma, diventa orrenda. Seguono perfettamente in tono i ragazzi della versione italiana di High School Musical. La De Filippi regna sovrana.
Fabrizio Moro prova a difendere la vittoria dell’anno scorso con un pezzo di esacerbata inutilità, peraltro informandoci dei suoi cattivi odori. Finalmente i Frank Head tirano su il morale con un rock-folk giovane e divertente. Triste invece lo spettacolo, latitante. Se poi latitasse anche Anna Tatangelo e il suo orrendo (come uomo, artista e incarnazione di una città allo sbando) uomo – anche autore, ovviamente, della canzone – saremmo tutti più felici, visto che di canzoni che spacciano per emozioni squallidi luoghi comuni conservatori e tolleranti sull’omosessualità non ne possiamo più. Quei due andrebbero trattati come Bonnie e Clyde.
Carlo Verdone decide di fare promozione al suo nuovo film, e per coerenza con la bruttezza di locandina e trailer, anche la gag con Geppi Cucciari, fa schifo e conferma la scarsa verve del comico romano. Più volenteroso ci pare Michele Zarrillo, che benché canto e melodia siano inesistenti, prova un po’ di ritmo in più. Andrea Osvart si ostina a ballare, fa la finta sexy su Chiambretti in pigiama, ma questi preferisce scavare con Baudo nei bassifondi del vaudeville.
Si riflette su quanti danni abbia fatto la musica emo (punk-rock farlocco e giovanile) vedendo i Melody fall, ridicoli, nonostante la botta di vita. Botta che non arriva nemmeno con Lenny Kravitz, che fa il suo – né più né meno – sebbene Baudo provi a distruggere tutto. Meno male che c’è Eugenio Bennato, con una taranta piuttosto bella ed emozionante. Al contrario di Daniele Battaglia, ennesimo figlio dei Pooh dei quali si prepara l’invasione, che porta una canzone pessima, degna dei pessimi padri.
Delude un po’ una delle sicurezze del Festival, quel Max Gazzè che ci ha sempre convinto e che qui manca di ritmo e inventiva. Meglio va a Valerio Sanzotta, bravo nel suo folk d’autore tra De Gregari e Modena City Ramblers, anche se con meno verve e stile. Piatta e piacevole Giuà, ma necessaria al vero dramma della serata: l’esibizione di Tricarico, straziante, ma in senso negativo. La canzone sarebbe anche interessante, ma la mancanza d’intonazione e senso musicale mostrata sul palco fa quasi preoccupare per la sua salute.
E noi invece ci preoccupiamo che la noia in formato gran spettacolo, targato Baudo, of course, continui strisciando per altri tre giorni. Anzi quattro. O mio dio!
Emanuele Rauco
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