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Sanremo III^ Giornata – Chi fa da sé, sbaglia per tre Print E-mail
Scritto da J.Liman per Tv-Zone   
venerdì 29 febbraio 2008

Dopo il tornado e le polemiche per la squalifica di Loredana Bertè, torna il decrepito Festival di Sanremo, con la consueta serata dedicata ai duetti, dimostrazione involontaria dell’intrinseca mediocrità (per non dire peggio) della scelta musicale della kermesse canora. Anche se forse fa più schifo l’idea di livellare il tutto all’epoca del televoto.

E i duetti di solito sono il meglio musicalmente che si può chiedere alla kermesse: a meno di non avere a che fare con Spagna e Loredana Bertè – in apertura di serata per non influenzare la competizione – che provano a devastare un bel pezzo (non loro) ma Loredana è talmente grintosa e incazzata da funzionare. A differenza dei Finley: ma dove hanno trovato questa gatta senza voce ed espressioni, che a parte gambe e lenti a contatto non ha nulla? Nulla, condiviso anche dal brano dei Finley.


Col compito di dimenticare il dramma della prima serata, Tricarico porta sul palco il mago Forest a venare di poetica ironia una canzone dolente, e potenzialmente bella. Ma la sua performance è a tratti inascoltabile. Stasera le due co-conduttrici si alternano, e per la Osvart non è una bella notizia. Lo è invece per Mietta, coi Neri Per Caso, che presenta il suo brano a cappella, in una versione caraibica da villaggio vacanze che potrebbe funzionare. Così come la canzone di Max Gazzè, assieme a Paola Turci e Marina Rei, nettamente migliore dell’originale per suoni, ritmo ed emotività.

La povera Osvart prova a far ridere. Va da sé che non ci riesce. E Fabrizio Moro da una dimostrazione della pochezza del festival: basta un professionista non eccelso – come Gaetano Curreri – a rendere decente il brano. Ma non rende decente Moro. Uno dei favoriti della gara, Sergio Cammariere, si presenta con una grande stella della bossanova: che ci perdonerà se consideriamo il suo stile musicale banale quasi quanto l’atmosfera soffusa del pezzo, comunque piacevole.

Uno dei momenti migliori della serata arriva grazie a Frankie Hi-nrg, che assieme a Simone Cristicchi mettono in scena una bella partita a scacchi in cui stemperare il brano paraculo e qualunquista (a parte l’ultima strofa), accattivante quanto basta. Arriva dall’oltre mondo un bambino cinese che dovrebbe essere un virtuoso. E invece fa solo paura.

I Tiromancino (protagonisti di tristi siparietti e mezzi litigi da inizio settimana) si accompagnano al grande Stefano Di Battista, che a parte l’assolo a metà canzone non cambia il suo discreto valore e il suo discreto tedio. Più che discreti invece Eugenio Bennato e Petra Montecorvino, la quale ha grinta da vendere, anche se rischia di mangiarsi un po’ la forza del bel brano. Forza che ormai è un semplice e lontano ricordo del festival, sprofondato nell’aldilà e nella fossilizzazione anche dall’arrivo losco di Daniele Piombi.

E per restare in tema, Mario Venuti riesuma i Denovo – il suo primo gruppo – e il brano non guadagna né perde nulla, restando sulla  decenza. Parola brutta, lo sappiamo, che grazie al cielo viene rimossa da L’aura e gli Esaphonic: e il pezzo è forse il più bello del Festival, che la ricchezza di personalità sul palco (tra i componenti del gruppo spalla anche Cristina dei Lacuna Coil) arricchisce. A differenza di Gianluca Grignani e i Nomadi: qualcuno, per favore, ci spieghi il senso di questo accostamento. E comunque non c’interessa perché il pezzo, comunque, non regge.

Glissiamo, con l’orrore nel cuore, sulla prova di Anna Tatangelo e Michael Bolton, talmente tronfia da non meritar commento. Nel grande catalogo delle non emozioni si arriva al patetismo, e vedere Tony Hadley (ex Spandau Ballet) cantare con Paolo Meneguzzi, facendosi arrangiare il pezzo in tono, fa tristezza, e il pezzo, benché migliore, è sempre brutto. Come bruttissimo e ridicolo il pezzo di Little Tony, che assieme ai Gipsy King, da un tocco inascoltabile al brano.

Da qui in poi ci si inabissa all’inferno della musica: Amedeo Minghi arriva presuntuosamente con strumentisti classici e l’innesto di suoni e timbri del genere distrugge qualunque appeal di un brano davvero scritto coi piedi, senza alcuna concezione di musicalità; Giò Di Tonno e Lola Ponce abbandonano ogni misura e buongusto e strafanno nei cori e nei ballerini sul palco; Michele Zarrillo cerca di dare un fascino giovanile e sensuale contando sulla presenza di Paola e Chiara, e non servono altre parole; e per finire in orrore, Toto Cutugno, che dopo aver rispolverato un suo pezzo gettato in un secchio 25 anni fa, rispolvera una delle figure meno degne della storia di Sanremo, quella Annalisa Minetti che vinse con ignominia e ora gira per tv sponsorizzando al sua gravidanza.

Devastati da una serata molto al di sotto delle aspettative – rispetto alle serate duetti passate – ringraziamo il cielo che il giro di boa è stato effettuato, e il viaggio è in discesa. Anche se restano altre ore, e giorni,e canzoni, da dover provare a sentire e capire. Senza morire se possibile.

Emanuele Rauco
 
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