Dopo il tornado e le polemiche
per la squalifica di Loredana Bertè, torna il decrepito Festival di Sanremo,
con la consueta serata dedicata ai duetti, dimostrazione involontaria
dell’intrinseca mediocrità (per non dire peggio) della scelta musicale della
kermesse canora. Anche se forse fa più schifo l’idea di livellare il tutto
all’epoca del televoto.
E i duetti di solito sono il
meglio musicalmente che si può chiedere alla kermesse: a meno di non avere a
che fare con Spagna e Loredana Bertè – in apertura di serata per non
influenzare la competizione – che provano a devastare un bel pezzo (non loro)
ma Loredana è talmente grintosa e incazzata da funzionare. A differenza dei
Finley: ma dove hanno trovato questa gatta senza voce ed espressioni, che a
parte gambe e lenti a contatto non ha nulla? Nulla, condiviso anche dal brano
dei Finley.
Col compito di dimenticare il
dramma della prima serata, Tricarico porta sul palco il mago Forest a venare di
poetica ironia una canzone dolente, e potenzialmente bella. Ma la sua
performance è a tratti inascoltabile. Stasera le due co-conduttrici si
alternano, e per la Osvart non è una bella notizia. Lo è invece per Mietta, coi
Neri Per Caso, che presenta il suo brano a cappella, in una versione caraibica
da villaggio vacanze che potrebbe funzionare. Così come la canzone di Max
Gazzè, assieme a Paola Turci e Marina Rei, nettamente migliore dell’originale
per suoni, ritmo ed emotività.
La povera Osvart prova a far
ridere. Va da sé che non ci riesce. E Fabrizio Moro da una dimostrazione della
pochezza del festival: basta un professionista non eccelso – come Gaetano
Curreri – a rendere decente il brano. Ma non rende decente Moro. Uno dei
favoriti della gara, Sergio Cammariere, si presenta con una grande stella della
bossanova: che ci perdonerà se consideriamo il suo stile musicale banale quasi
quanto l’atmosfera soffusa del pezzo, comunque piacevole.
Uno dei momenti migliori della
serata arriva grazie a Frankie Hi-nrg, che assieme a Simone Cristicchi mettono
in scena una bella partita a scacchi in cui stemperare il brano paraculo e
qualunquista (a parte l’ultima strofa), accattivante quanto basta. Arriva
dall’oltre mondo un bambino cinese che dovrebbe essere un virtuoso. E invece fa
solo paura.
I Tiromancino (protagonisti di
tristi siparietti e mezzi litigi da inizio settimana) si accompagnano al grande
Stefano Di Battista, che a parte l’assolo a metà canzone non cambia il suo
discreto valore e il suo discreto tedio. Più che discreti invece Eugenio
Bennato e Petra Montecorvino, la quale ha grinta da vendere, anche se rischia
di mangiarsi un po’ la forza del bel brano. Forza che ormai è un semplice e
lontano ricordo del festival, sprofondato nell’aldilà e nella fossilizzazione anche
dall’arrivo losco di Daniele Piombi.
E per restare in tema, Mario
Venuti riesuma i Denovo – il suo primo gruppo – e il brano non guadagna né
perde nulla, restando sulla decenza.
Parola brutta, lo sappiamo, che grazie al cielo viene rimossa da L’aura e gli
Esaphonic: e il pezzo è forse il più bello del Festival, che la ricchezza di
personalità sul palco (tra i componenti del gruppo spalla anche Cristina dei
Lacuna Coil) arricchisce. A differenza di Gianluca Grignani e i Nomadi:
qualcuno, per favore, ci spieghi il senso di questo accostamento. E comunque
non c’interessa perché il pezzo, comunque, non regge.
Glissiamo, con l’orrore nel
cuore, sulla prova di Anna Tatangelo e Michael Bolton, talmente tronfia da non
meritar commento. Nel grande catalogo delle non emozioni si arriva al
patetismo, e vedere Tony Hadley (ex Spandau Ballet) cantare con Paolo
Meneguzzi, facendosi arrangiare il pezzo in tono, fa tristezza, e il pezzo,
benché migliore, è sempre brutto. Come bruttissimo e ridicolo il pezzo di
Little Tony, che assieme ai Gipsy King, da un tocco inascoltabile al brano.
Da qui in poi ci si inabissa
all’inferno della musica: Amedeo Minghi arriva presuntuosamente con
strumentisti classici e l’innesto di suoni e timbri del genere distrugge
qualunque appeal di un brano davvero scritto coi piedi, senza alcuna concezione
di musicalità; Giò Di Tonno e Lola Ponce abbandonano ogni misura e buongusto e
strafanno nei cori e nei ballerini sul palco; Michele Zarrillo cerca di dare un
fascino giovanile e sensuale contando sulla presenza di Paola e Chiara, e non
servono altre parole; e per finire in orrore, Toto Cutugno, che dopo aver
rispolverato un suo pezzo gettato in un secchio 25 anni fa, rispolvera una
delle figure meno degne della storia di Sanremo, quella Annalisa Minetti che
vinse con ignominia e ora gira per tv sponsorizzando al sua gravidanza.
Devastati da una serata molto al
di sotto delle aspettative – rispetto alle serate duetti passate – ringraziamo
il cielo che il giro di boa è stato effettuato, e il viaggio è in discesa.
Anche se restano altre ore, e giorni,e canzoni, da dover provare a sentire e
capire. Senza morire se possibile.
Emanuele Rauco
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