Essere monocordi è un difetto
capitale per chiunque voglia essere critico, o semplicemente rendere pubbliche
le proprie opinioni: ma in casi come questo, come la 4^ serata del festival di
Sanremo, non si può non dire ciò che diciamo ogni volta. Vergogna!
Perché i giovani non boicottano
la manifestazione (e sarebbe anche un bene per tutti)? Perché la commissione
non decide di non presentarli più? Perché oltre alla qualità musicale livellata
verso i 65-70 anni, nella finale a loro dedicata, i giovani vengono trattati ne
più ne meno come tappeti, zerbini
musicali di sottofondo, riempitivi per una serata di auto-celebrazioni musicali
di alcuni “nomi” grossi della musica italiana. I 5 super ospiti monopolizzano
la serata e annullano la presenza dei giovani. E resuscitano un’idea di
spettacolo musicale persa nella notte, come se Festivalbar vari non fossero
abbastanza.
E come un’apripista qualunque, i
Sonohra devono inaugurare la serata, che sarebbe dedicata anche a loro, se le
case discografiche non trattassero musica, tv e spettacolo come carte di un
gioco para-mafioso in cui deve vincere solo il denaro. E della canzone, mica un
granché, del povero gruppo ci si dimentica subito, annegati da mezz’ora
dedicata a Giorgia. Che canticchia, ridacchia, giochicchia e sciorina un
singolo nuovo di zecca (ché la promozione impera) di cui facevamo volentieri a
meno, data la pseudo-felicità.
Manco il tempo di intristirsi o
di godersi la pubblicità (che sembra quasi una riserva d’idee), che arriva un
altro titano a cui genuflettere la serata: Jovanotti, accompagnato almeno da un
bravo artista come Ben Harper. Duettano, e Baudo si fa saggiamente da parte,
come fosse un mini concerto e questa potrebbe essere un’idea. Se poi si fa
cantare il buon Ben, la musica almeno è salva. Gelo all’apparizione di Claudio
Cecchetto, morte del pensiero a vedere i vecchi video di Jovanotti. E a 75
minuti dall’inizio dei giovani, l’ombra. Un'altra mezz’ora rubata alla vita.
A 90 minuti non si degnano di far
cantare il secondo giovane (devo ripetere che il ritmo è catatonico?): arriva
perciò Fiorella Mannoia, scelta stupida anche spettacolarmente, visto che
l’ipotetico meglio se lo bruciano tutto all’inizio. Il fatto che amiamo Fiorella
rende il tutto un po’ migliore, nonostante lei con Sally e Quello che le donne
non dicono vada di repertorio. E poi arriva il momento del singolo del momento.
Noblesse oblige.
Ci chiediamo perché a lei viene
data la metà del tempo degli altri, ma è sconcertante che siano passati 105
minuti prima che la seconda finalista canti: Ariel, finta fin dalla voce,
canzone specchietto per allodole adolescenti. Piccola notazione, nuovamente
sdegnata, per la “giuria di qualità” (vorremmo morire piuttosto che scrivere
quest’ossimoro): accozzaglia di squallide personalità, di sfruttatori
dell’adolescenza, di guitti per menti labili e incolte, come Moccia e Vaporidis
che dovrebbero cominciare a lavorare, piuttosto che mangiarsi i soldi di
adolescenti a caccia di emozioni in blister.
Il disprezzo per il programma
continua e arriva un altro ospite straniero, Leona Lewis, con annessa marchetta
al nuovo reality musicale della Rai. Se ne va come è venuta. Amen. E a due ore
dall’inizio, il terzo cantante, tanto giovane da dover essere a letto, si
presenta: Jacopo Troiani, davvero insopportabile nella sua veste melodica e
gonfia di orchestrazioni. I bambini di tip tap, portano una ventata di America
che fa rivalutare la sceneggiata di Mario Merola. Al minuto 150 siamo a metà
gara (e piangiamo di dolore): Giua, brano elegante piacevole, per il cote quasi
colto della manifestazione. E il fatto che la Giuria non la premi, dovrebbe
inorgoglirla.
Un balzo di divertimento ci
aiutano a effettuarlo i Frank Head, col loro folk da pogo molto divertente che
pensavamo fosse eliminato subito e invece arriveranno ultimi in finale. Invece
Valerio Sanzotto ha qualche chance di vittoria, col suo brano pop-rock da
cantautore di anni fa, ed è anche abbastanza bravo.
Altro ospite, e la pesantezza
della serata assume contorni biblici: ma Morandi è più allegro dei suoi
colleghi e il suo quarto d’ora va via quasi veloce. Come La scelta, un gruppo
bravo e simpatico che prende un sacco di voti dai figuri inguardabili della
giuria. E ce ne dispiace per la simpatia del brano. Poi la musica va in coma: i
Pooh prima fanno risvegliare i pochi anziani rimasti con un medley che mette
solo in scena la loro senilità (appena lenita dall’auto-ironia), poi li
uccidono con la cover di House of the rising sun, davvero rivoltante (e
Facchinetti dovrebbe appendere le corde vocali al chiodo).
Sospiro di sollievo: i Milagro
sono gli ultimi in gara. E li archiviamo con molto piacere, data la pochezza
musicale della proposta. Quel sospiro ci si ricaccia in gola: Nicola Piovani
deve ritirare un premio a caso, e pensa sia carino occupare il palco
strimpellando le sue premiate melodie. Giusto per distruggere le umane
resistenze (altro che armi di distruzione di massa), anche Elio – finora
grandissimo al DopoFestival – canta. Almeno è un geniaccio. Lo sarebbe anche
Loredana Bertè, priva di sinapsi e neuroni, ma siccome anche lei canta e noi
non ne possiamo davvero più, non ce la sentiamo di farle i complimenti,
nonostante il premio della critica (e i pianti insopportabili).
E i minuti sono 207, che Ben Hur
sembra una comica di Stanlio e Ollio. Sembra tutto infinito, dilatato,
asfittico. Come un brutto incubo. Terzo Jacopo Troiani (che teoricamente,
essendo minorenne, dovrebbe essere a letto). Secondi La scelta. Vincono i Sonohra,
che hanno cantato per prima. Non a caso. Ma in realtà non siamo noi a scrivere:
è Morfeo, che s’è imposessato di ogni cosa. Soprattutto della dignità di Baudo
& co.
Emanuele Rauco
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