Ci sono servite quasi 96 ore di riposo, 4 giorni di riflessione per attutire l’orribile colpo. Gli orribili colpi di scena. Intanto la lunga e noiosa riuscita della serata finale; poi l’ignominioso secondo posto di Anna Tatangelo, che più che la piazza d’onore meriterebbe la piazza d’armi; in ultimo, la sconfitta della musica e dello spettacolo sanremese, mai così in basso come ascolti.
E siamo ancora sotto shock, tanto da pensare che forse una cronaca sarebbe ormai inutile, meglio un commento. Disilluso e disperato. Come la vittoria di Lola Ponce e Giò Di Tonno, più il boxeur e la ballerina che un duo musicale, che riciclano vecchi brani di musical, saccheggiano Sei nell’anima e Perdere l’amore, urlano come tronfi degli anni ’60 e fanno commuovere la senilità in smoking o ciabatte che guarda il festival.
Non vorremmo tornarci, ma la medaglia d’argento a quell’atto criminale spacciato per canzone che è il brano di Tatangelo e D’Alessio (la pupa e il gangster) è lo specchio dei bassifondi in cui la nostra civiltà italiota si crogiola, offensivo non solo musicalmente ma soprattutto intellettualmente, nel ritratto così nazional-popolare di un’omosessualità fatta di dolore, rinuncia, compromessi con se stessi, che non fa più parte dell’Italia, e sa tanta di carità pelosa. Ripetiamo. Carcere subito. Anche il terzo posto di Fabrizio Moro non ci rende felici, soprattutto per la sconvolgente noia del suo pezzo, lamentoso e roco oltre ogni sopportazione, con un testo di banalità francamente sorprendente per uno che si professa un cocker. Scorgendo il resto della classifica ci viene ancora più paura, specie soffermandosi sul quarto posto al monumento alla fossilizzazione italiana (specie all’estero), Toto Cutugno, l’ultimo ad accorgersi, forse, che il mondo e l’Italia potrebbero cambiare.
Potremmo provare a tirarci su, con la critica e la giuria di qualità. Ci abbiamo provato. Sono venuti a fermarci mentre provavamo a ingoiare un chilo di prozac. La critica ha premiato Tricarico, forse giudicando la sua una performance dadaista: se stonare senza posa e ignorare la musicalità di un brano comunque bello è dadaismo, Voglio una vita tranquilla batte Duchamp sul suo stesso campo.
Il campo su cui invece vince la giuria di qualità, è quello dello sprezzo del ridicolo: dopo la deriva giovane per i giovani (Moccia meriterebbe di dividere la cella con l’accoppiata pseudo-napoletana), il confine col trash è stato travalicato, e in mezzo a poche presenze più o meno musicali – tra cui una Mariolina Simone che si è inimicata chiunque, in primis il buon senso, dando 8 ai Finley – sguazzavano Emilio Fede, Fabrizio Frizzi e Giancarlo Magalli, Giampiero Mughini e dulcis in fundo, la sempiterna Gloria Guida. Come a ribadire che della musica non frega più niente a nessuno.
Baudo e Chiambretti ciurlano quasi sempre nel manico, girano a vuoto, non ci provano neanche a dare ritmo e lasciano lo spettacolo a sé stesso, al succedersi di vallette, ospiti, accidentali canzoni, spot, ricchi premi e cotillon di un varietà che non può dire più nulla, se non denunciare la sua vetustà.
Sembra che in qualche modo il Festival stia cercando coscientemente la propria nemesi, di arrivare al limite basso di una cultura popolare pesantemente maltrattata per cercare di trovare nuova spinta di sollevamento. Pippo Baudo non può far altro che accompagnarlo pedestre nel suo viaggio di non ritorno, e la disaffezione ormai cronica alla manifestazione (superata in ogni sua caratteristica dal geniale dopo-festival firmato Elio e le storie tese) è segno che del Festival non ha più paura nessuno.
Non ne ha paura la concorrenza, che controprogramma anche con produzioni importanti, non ne hanno paura i cantanti, che quando conquistano un minimo di popolarità vera e sonante disertano la manifestazione, non ne hanno più paura le case discografiche, ormai padrone incontrastate della kermesse, tanto da poter gestire ordini, orari, scalette, perfino gli assi portanti dello show,come la vergognosa serata del venerdì, ha uso e consumi di marchette musicali. Gli unici ad avere paura sono gli spettatori che vorrebbero rilassare le proprie orecchie al suono della musica; o chi, come noi, per passione e lavoro, deve seguirsene ogni minuto. E sentirsi un po’ sprecato.
Emanuele Rauco
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